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Details about  Carlo Magno Carolus Magnus incisione originale 1820

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Carlo Magno Carolus Magnus incisione originale 1820

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Soggetto:

Storici

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Italiano

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                                                                         Autore

                                               Giovita Garavaglia (Pavia 1790-Firenze 1835)

                                                                 Tecnica/Tecnique   

                                                           incisione a bulino  originale

                                                                 original engraving

                                                                     Periodo/Period

                                                                          1820 ca.

                                                                  Condizioni/condition                                                 

                                                                        molto buone

                                                                           very nice

                                                                          Dimensioni

                                                               immagine cm 17 per 12,5 ca.

                                                                    foglio cm 31 per 22 ca.

Altre foto dell'incisione su:

other pictures of the engraving on:

http://www.monalbum.fr/Album=QJA3HRBQ

       Si tratta di una incisione a bulino originale del 1820 ca. non di una riproduzione moderna, titatura tardiva o fotoincisione.

                 It's an original engraving around 1820 not a modern copy, later edition or photo.

                     L'opera sarà accompagnata da certificato di autenticità e da ricevuta fiscale o fattura.

                                                It comes with bill and declaration of authenticity.

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In cartella plastica B

Carlo, detto Magno ("Il grande"), o Carlomagno, in tedesco Karl der Große, in francese Charlemagne, in latino Carolus Magnus (2 aprile 742Aachen, 28 gennaio 814), fu re dei Franchi e dei Longobardi e imperatore del Sacro Romano Impero. Il soprannome Magno (in latino Magnus, "grande") gli fu dato dal suo biografo Eginardo, che intitolò la sua opera Vita et gestae Caroli Magni.

Grazie a una serie di fortunate campagne militari allargò il regno dei Franchi fino a comprendere una vasta parte dell'Europa occidentale. La notte di Natale dell'800 papa Leone III lo incoronò imperatore, fondando l'Impero carolingio.

Con Carlo Magno si assisté quindi al superamento, riguardo alla storia dell'Europa occidentale, dell'ambiguità giuridico-formale dei regni romano-barbarici in favore di un nuovo modello imperiale. L'Impero resistette fin quando Carlo fu in vita, venendo poi diviso tra gli eredi, ma la portata delle sue riforme e la sua valenza sacrale influenzarono radicalmente tutta la vita e la politica del continente europeo nei secoli successivi.

Indice

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Giovinezza [modifica]

Statua di Carlo Magno davanti al museo storico di Francoforte.

Carlo nacque tradizionalmente il 2 aprile 742, primogenito di Pipino il Breve (714 - 768), primo dei re Carolingi.

Difficile stabilire con esattezza la data di nascita del futuro Imperatore: Eginardo, suo biografo di corte nel Vita Karoli ce ne propone almeno tre, nel 742, nel 743 o 744. Queste date non sono attendibili in quanto la lotta per il potere tra Pipino III e suo fratello, Carlomanno (morto nel 754), avviene dopo il 748, e non prima, quindi si preferisce datare la nascita di Carlo tra il 748 e il 749. Inoltre per i franchi non era importante la data di nascita ma solo quella di morte, perchè simboleggiava la nascita alla vita eterna. Così si comporta anche Eginardo quando scrive la Vita Karoli, con una differenza: afferma che l'età di Carlo alla morte si aggira sui settant'anni, ma è un dato da considerare con cautela per due motivi. Il primo è la concezione simbolica del tempo dell'uomo medievale, quindi settant'anni indicano solo che Carlo era anziano per le aspettative di vita del tempo. Il secondo è il modello che segue l'autore per la biografia, Svetonio, infatti quest'ultimo nelle Vite dei Cesari indicava sempre l'età degli imperatori defunti. Inoltre è possibile che Carlo fosse nato prima del matrimonio tra Pipino e Bertrada; essendo il nubilato tollerato tra i Franchi, non era niente di male che i sovrani avessero figli prima del matrimonio. Comunque questi ultimi si erano convertiti al cattolicesimo, ed essendo Eginardo un cortigiano fedele, lo infastidiva dire che il suo re fosse nato prima del matrimonio dei suoi genitori. La data più probabile infine, sembra essere quella del 742.

Alla morte di Pipino il Breve nel 768, i suoi due figli Carlo Magno e Carlomanno si spartirono l'eredità. Al primo andarono l'Austrasia, gran parte della Neustria e la metà nord-occidentale dell'Aquitania, con capitale Aquisgrana (ossia il nord e l'occidente della Francia più la bassa valle del Reno), mentre al secondo spettarono la Borgogna, la Provenza, la Gotia, l'Alsazia, l'Alamagna, e la parte sud-orientale dell'Aquitania, con capitale Samoussy (cioè il sud e l'Oriente della Francia più l'alta valle del Reno). Quando Carlomanno morì nel 4 dicembre 771, all'età di soli 22 anni, Carlo Magno si ritrovò a governare il regno dei franchi unificato.

Campagne militari [modifica]

La prima fase del regno di Carlo Magno fu volta alle continue campagne militari, intraprese per affermare la sua autorità innanzitutto all'interno del regno dei Franchi stessi, tra i suoi familiari e le voci dissidenti.

Una volta stabilizzato il fronte interno iniziò una serie di campagne al di fuori dei confini del regno, per assoggettare i popoli vicini e per aiutare la Chiesa di Roma, stringendo con essa un rapporto ancora più stretto di quello di suo padre Pipino il Breve. Dal rapporto col papa e la Chiesa, intesa ormai come diretta erede dell'Impero romano d'Occidente, Carlo ottenne l'autenticazione del potere che trascendeva ormai l'Imperatore di Bisanzio, lontano e incapace di far valere i propri diritti soprattutto in un momento di debolezza e di dubbia legittimità del regno dell'Imperatrice Irene.

Premesse [modifica]

Il successo di Carlo Magno nel fondare l'Impero germanico non può essere spiegato senza tener conto di alcuni processi che erano in corso dai secoli precedenti. Secondo lo storico belga Henri Pirenne c'era stato uno spostamento del baricentro del mondo occidentale verso nord dopo la perdita di importanza dei traffici nel Mediterraneo causata dalla conquista musulmana dell'Africa del Nord e del Vicino Oriente, una tesi molto famosa e in parte ridimensionata da studi più recenti.

Inoltre si deve tener conto della fondamentale opera di evangelizzazione nei territori della Germania orientale e meridionale da parte dei monaci benedettini provenienti dall'Inghilterra e guidati da san Bonifacio tra il 720 e il 750 circa, che aveva dato una prima struttura e organizzazione a territori fino ad allora dominati da tribù fondamentalmente ancora barbare e pagane.

Campagna contro i Longobardi [modifica]

Adelchi sconfitto da Carlo Magno, opta per l'esilio.
Carlo Magno conferma a Papa Adriano I le donazioni del padre Pipino Il Breve.

Su Carlo esercitò un grosso ascendente la madre Bertrada che, insieme a Papa Stefano III, fu una convinta assertrice della politica di distensione tra Franchi e Longobardi.

Nell'estate del 771, la regina organizzò un viaggio in Italia, riuscendo a tessere importanti alleanze attraverso il matrimonio dei suoi figli con quelli del re longobardo Desiderio. Il primogenito di quest'ultimo, Adelchi, venne dato in sposo alla principessa franca Gisilda, mentre Carlo Magno maritò la figlia di Desiderio, Desiderata (resa celebre dall'Adelchi manzoniano con il nome di "Ermengarda"). Il Papa all'inizio fu contrario al matrimonio, ma Bertrada ed il re longobardo gli fecero dono di alcune città dell'Italia Centrale rassicurandolo. Carlo Magno, che era già stato sposato con Imiltrude, ricevette ad Aquisgrana la nuova regina che ben presto, però, si rivelò sterile. L'anno seguente il re franco la ripudiò e la rispedì presso la corte longobarda.

Tra la fine del 771 e l'inizio del 772, quasi contemporaneamente morirono due dei principali protagonisti della politica contemporanea: Papa Stefano III e il fratello di Carlo Magno, Carlomanno. Al soglio pontificio venne eletto Papa Adriano I, un nobile romano dal carattere deciso e dalle idee decisamente anti-longobarde. L'elezione venne inutilmente contrastata dal partito filo-longobardo di Roma ma, alla fine, Desiderio inviò un'ambasceria a Roma per stringere contatto con il nuovo pontefice e sventare la minaccia di una nuova alleanza tra Franchi e Papato contro i longobardi.

Adriano I invitò gli ambasciatori in Laterano e poi, davanti a tutta la curia, accusò il loro re di tradire i patti a causa della mancata consegna dei territori promessi ai predecessori del pontefice. Desiderio passò quindi all'offensiva invadendo l'Esarcato di Ravenna e la Pentapoli. Carlo Magno, impegnato in quel momento contro i Sassoni, cercò di riappacificare la situazione donando numerosi tesori a Desiderio e sperando di riottenerne in cambio i territori strappati al papa. Il re longobardo rifiutò lo scambio e Carlo, che non poteva permettere che fosse appannato il suo prestigio come protettore del papato, mosse guerra ai Longobardi e invase l'Italia nel 773.

Il grosso dell'esercito, comandato dal sovrano stesso, superò il passo del Moncenisio e attaccò le armate di Desiderio presso la città di Susa. Il re longobardo riuscì ad arginare l'invasione, ma intanto un'altra armata franca, guidata dallo zio di Carlo, Bernardo, attraversò il Gran San Bernardo e ridiscese la Valle d'Aosta, puntando contro il secondo troncone dell'esercito longobardo, affidato ad Adelchi. Quest'ultimo fu sbaragliato e dovette ritirarsi a marce forzate mentre Desiderio si rinserrava nella capitale del suo regno, Pavia. I Franchi posero l'assedio alla città dall'ottobre del 773 sino all'inizio dell'anno successivo.

Carlo Magno si diresse a Roma per incontrare Adriano. Giunto in San Pietro, venne incoronato re dei Franchi e il pontefice ottenne in cambio la conferma dei territori attribuiti in precedenza alla Chiesa dai re longobardi. Nel 774, alla capitolazione di Pavia e di tutto il Regno longobardo, Desiderio fu rinchiuso in un monastero, mentre il figlio Adelchi riparò presso la corte dell'imperatore bizantino Costantino V di Bisanzio. Conquistata l'Italia, il re carolingio si proclamò Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum, mantenne le istituzioni, le leggi longobarde e confermò i possedimenti ai duchi che avevano servito il precedente re: il ducato di Benevento rimase indipendente ma tributario a Carlo Magno.

Campagna contro i Sassoni [modifica]

Carlo Magno sottomette Vitughindo.

I sassoni erano una popolazione di origine germanica abitante nella zona a nord-est dell'Austrasia, oltre il Reno, nei bassi bacini del Weser e dell'Elba.

Erano rimasti di credo pagano ed erano guerrieri arditi ed irrequieti; gli stessi Imperatori romani avevano cercato inutilmente di assoggettarli come federati. Pipino il Breve era riuscito a contenerne la sete di saccheggio e ad imporre loro un tributo annuo di alcune centinaia di cavalli. Nel 772 però rifiutarono il pagamento e ciò consentì a Carlo Magno di procedere all'invasione della Sassonia. La campagna di Sassonia venne sospesa durante l'invasione dell'Italia per essere ripresa con maggior vigore dopo il 774. L'esercito carolingio oltrepassò il Reno e, puntando verso nord, riuscì a sconfiggerli a più riprese e a distruggere l'irminsul, l'idolo pagano di questo popolo. Per la prima volta nella storia si oltrepassava con successo il fiume Reno, Carlo Magno riuscì dove persino Cesare aveva fallito.

Nel 780 una nuova ribellione scoppiò nella regione e Carlo Magno, impegnato in Spagna nell'assedio di Saragozza, dovette accorrere in Sassonia per poter aver ragione dei rivoltosi. La zona venne smembrata in contee e ducati, che precedettero l'evangelizzazione della popolazione. I sassoni, riuscirono in seguito a riunificare le varie tribù sotto la reggenza di Vitughindo, che fu la vera e propria anima della resistenza. Nel corso del 785, la conquista procedette in modi sempre più repressivi, con la conversione forzata e la dispersione del popolo (soppressione di intere tribù a migrazione forzata). Lo stesso Carlo promulgò uno statuto d'occupazione chiamato Capitolare Sassone riassunto nella formula: "cristianesimo o morte". Molti sassoni vennero giustiziati e lo stesso Vitughindo venne battezzato. Creando fedeli in Cristo, Carlo Magno otteneva lo scopo di far nascere anche sudditi sottoposti al governatorato carolingio, che aveva come centri amministrativi diocesi e abbazie.

Nel 790 la rivolta dei Sassoni assunse i contorni di una vera e propria sommossa popolare. Carlo Magno la soppresse sul nascere, attuando la deportazione di migliaia di contadini sassoni in Austrasia e rimpolpando la regione di sudditi franchi.

Quando l'Imperatore ordinò l'ultima deportazione nel 804, oramai la Sassonia costituiva uno Stato importante nell'ambito del dominio franco. Rappresentò poi il cuore della futura Germania.

Campagna di Baviera [modifica]

Regno di Carlo, dopo la sconfitta degli Avari (791)

La Baviera era nel 780, una delle regioni più civili d'Europa, sotto il regno di Pipino il Breve, assunse al rango di ducato. A capo di questo dipartimento, c'era il nipote dello stesso re e cugino di Carlo Magno, Tassilone.

Nello stesso anno della spedizione franca in Spagna, per sostenere la rivolta del governatore della Marca Superiore, ʿAbd al-Raḥmān, contro l'emiro di Cordova, Tassilone si associò il figlio con il medesimo titolo di duca. Carlo Magno, momentaneamente impegnato, fece finta di nulla ma nel 781 pretese dal cugino il rinnovo del giuramento di fedeltà a Worms. Vedendosi sempre più pressato dalle ingerenze di Carlo, il duca di Baviera chiese nel 787 la protezione di Papa Adriano I. Costui, non solo rifiutò un accordo, ma ribadì le pretese del re.

Nel 788 Carlo Magno gli mosse guerra scoprendo, tra l'altro, un'alleanza stipulata tra il cugino e l'ex re longobardo Adelchi che era frattanto riparato a Bisanzio. La Baviera venne annessa all'impero carolingio e Tassilone fu esautorato e rinchiuso in un monastero.

Campagna contro gli Avari [modifica]

Dopo la liquidazione di Tassilone, l'Impero Carolingio si vedeva confinante sia a nord che al confine con il Friuli con una bellicosa popolazione di origine turanica, gli Avari. Appartenenti alla grande famiglia delle popolazioni turco-mongoliche, come gli Unni, si erano organizzati attorno ad un capo militare, il Khan e si erano stanziati nella pianura pannonica, più o meno l'odierna Ungheria. Essi assoggettarono i vari popoli slavi che stanziavano sul territorio, insieme agli appartenenti di una etnia affine alla loro, i Bulgari. Pur riconvertendosi all'allevamento e alla pastorizia, non rinunciavano ad effettuare ripetute scorrerie ai confini del regno carolingio e dell'Impero Bizantino. La loro minaccia era ormai però piuttosto ridotta, ma la loro tesoreria di stato era colma di ricchezze accumulate dai sussidi che gli imperatori bizantini versano nelle loro casse e perciò Carlo Magno cominciò a studiare a tavolino un'invasione della regione. Carlo aveva bisogno di una grande vittoria militare nella quale coinvolgere anche la nobiltà franca in modo che essa si rinsaldasse attorno a lui.

Vennero istituiti dei comandi militari alla frontiera come l'Ostmark (costituente la futura Austria), per meglio coordinare le manovre dell'esercito. Le truppe imperiali procedettero nel 791 all'invasione, percorrendo il Danubio da entrambe le sponde. L'esercito a nord, guidato personalmente dall'Imperatore poteva effettuare collegamenti, ricevere e dare rifornimenti ed eventualmente dare assistenza ai feriti a quello stanziatosi a sud e comandato dal figlio Pipino che muoveva dal Friuli, mediante la costruzione di un ponte di barche ed al trasporto merci mediante chiatte e barconi.

Sino all'autunno dello stesso anno, i Franchi penetrarono sin nelle vicinanze della capitale avara, il "Ring" ma dovettero riparare in Sassonia a causa della stagione avanzata che causava problemi di collegamento tra i reparti, rendendo difficili le comunicazioni ed inoltre impedendo nel periodo invernale di poter mantenere le cavalcature.

Le devastazioni comunque provocarono il malcontento tra i generali avari che uno dietro l'altro abbandonarono il loro Khan convertendosi al Cristianesimo. Nel 795, in seguito a massacri ben più duri di quelli perpetrati contro i Sassoni, il regno avaro cadde come un castello di carte e i pochi superstiti degli Avari si fusero con gli Slavi che abitavano nei territori un tempo da loro occupati, mentre le terre vennero ripopolate con l'immigrazione di contadini dal Friuli e dalla Baviera.

Carlo Magno, nonostante le ripetute rivolte protrattesi negli anni, non tornò mai personalmente nell'area, delegando il figlio Pipino a svolgere le operazioni militari.

Campagna contro i musulmani di al-Andalus [modifica]

Carlo Magno piange la morte del Conte Rolando

Carlo cercò di riconquistare agli arabi di al-Andalus almeno una parte della Spagna, al fine di realizzare un disegno "imperiale" di antica concezione, già carezzato da suo nonno Carlo Martello dopo la sua vittoria di Poitiers, e da suo padre Pipino con un primo riconoscimento concesso al Papa della cosiddetta Donazione di Costantino, grazie alla quale il re franco aveva riconosciuto al Papa un dominio temporale, ottenendo in cambio l'onore di diventare il protettore della Chiesa latina.

L'intervento di Carlo Magno nella Penisola iberica fu tutt'altro che trionfale, e non priva di momenti dolorosi e gravi rovesci. Innanzi tutto Carlo cercò di inserirsi quale mediatore tra i vari emiri aragonesi in lotta tra loro nel 776. Si ebbe la morte di uno dei due figli gemelli nell'accampamento reale nei pressi di Saragozza, dai cui cristiani, per colmo d'ironia, non ricevette alcun aiuto, palese o segreto, vista l'assai maggior convenienza di costoro di rimanere sotto la sovranità islamica[1] anziché cadere sotto il dominio del sovrano franco, la cui totale obbedienza al Papa romano metteva a rischio l'autonomia della Chiesa mozaraba, imponendo anche altri obblighi di non piccolo conto.[2]

Celeberrima è, poi, l'episodio della rotta di Roncisvalle, dove la retroguardia franca subì un'imboscata da parte delle popolazioni basche (non dai musulmani), in seguito alla quale morì il conte Rolando (conosciuto anche con il nome di Orlando), suo conte palatino e duca della Marca di Bretagna e forse parente. L'episodio ebbe sicuramente una maggior valenza letteraria che storico-militare, ispirando uno dei passi più noti della successiva Chanson de Roland, uno dei testi epici fondamentale della letteratura medievale europea.

La campagna spagnola ottenne, comunque, il risultato di favorire la creazione di una "marca spagnola" (corrispondente, più o meno, alla fascia pirenaica delle attuali Catalogna, Aragona e Navarra).

Rapporti con il Papato [modifica]

Generalmente, i re franchi si presentavano come naturali difensori della Chiesa cattolica, avendo restituito al pontefice ai tempi di Pipino, quei territori dell'Esarcato di Ravenna e della Pentapoli che per concezione comune erano creduti appartenenti al Patrimonio di San Pietro. Carlo sapeva bene che al Papa importava soprattutto ritagliare un sicuro territorio di sua pertinenza in Italia Centrale, libero da altri poteri temporali, compreso quello bizantino.

La morte di Papa Stefano III, diede mano libera a Carlo Magno per invadere l'Italia e liberarla dai Longobardi, appoggiando nei fatti, la politica del nuovo pontefice Adriano I. I rapporti tra l'Imperatore e il nuovo Papa, sono stati ricostruiti dalla letteratura delle missive epistolari che i due si scambiarono per oltre un ventennio. Molte volte, Adriano cercava di ottenere l'appoggio di Carlo riguardo le frequenti beghe territoriali che minavano lo Stato Pontificio. Una lettera datata 790, contiene le lamentele del pontefice nei riguardi dell'arcivescovo ravennate, Leone, reo di avere sottratto alcune diocesi dell'Esarcato. Durante la sua terza visita a Roma nel 787, Carlo Magno venne raggiunto da un'ambasceria del Duca di Benevento, capeggiata dal figlio Grimoaldo. Lo stesso duca, Arichi, implorava l'Imperatore franco di non invadere il ducato minato dalle mire espansionistiche di Adriano I che intendeva così annettersi; i territori a sud del Lazio. Carlo Magno in un primo momento mosse guerra al ducato di Benevento ma in seguito alla morte dello stesso Duca e del figlio, l'Imperatore si decise a liberarne il secondogenito Romualdo e a reinsediarlo nel regno. Probabilmente Carlo, non voleva compromettere i precari equilibri nell'Italia meridionale. Papa Adriano I ne fu talmente risentito che i rapporti tra i due si raffreddarono irrimediabilmente.

Alla morte del pontefice nel 795, quando la notizia gli fu riferita, il sovrano scoppiò in pianto ed il suo biografo Eginardo ci assicura che il cordoglio era sincero.

Assunse la tiara Papa Leone III che dovette immediatamente vedersela con la famiglia del defunto Adriano, che ne contestava l'elezione. La guerra sotterranea tra i Palatini e i nipoti dell'ex-pontefice scoppiò nel 799.

Mentre Leone guidava una processione per le vie di Roma, i due nobili Pascale e Campolo guidarono la rivolta: assaltarono la funzione e accecarono il Papa, staccandogli anche un pezzo di lingua. Secondo il Libro Pontificale i suoi sostenitori lo salvarono e a stento ripararono sul monte Celio. La notte stessa apparve in sogno al Papa l'Apostolo Pietro che gli restituì la vista e l'udito. Carlo Magno allora lo invitò a stretto giro di posta a Paderborn, sua residenza estiva in Westfalia. Secondo alcuni storici è durante questi colloqui riservati che il re franco propose al papa di coronarlo Imperatore essendo già di fatto, padrone di gran parte dell'Europa. In cambio si prodigò per far cadere le accuse mosse al pontefice dalla nobiltà romana.

Immediatamente prima dell'incoronazione, nella settimana dei preparativi (nel dicembre dell'800) il re franco costituì un'assemblea composta da nobili franchi e vescovi per far conoscere le conclusioni della commissione d'inchiesta riguardo ai due ribelli, Pascale e Campolo. Ufficialmente la sua venuta a Roma aveva lo scopo di dipanare la questione tra il Papa e gli eredi di Adriano I. Al termine della seduta, i due vennero condannati a morte - pena in seguito commutata nell'esilio - e Leone III fu riconosciuto legittimo rappresentate al soglio pontificio.

Incoronazione imperiale [modifica]

Carlo Magno incoronato imperatore da papa Leone III

Nella messa di Natale del 25 dicembre 800 a Roma, il Papa Leone III incoronò Carlo imperatore, titolo mai più usato in Occidente dalla abdicazione di Romolo Augùstolo nel 476.

Esistono alcune fonti che parlano di questa incoronazione. In questo caso ne citiamo due: gli Annales e la Vita Karoli. La prima dice che Carlo venne incoronato imperatore seguendo il rituale degli antichi imperatori romani, gli venne revocato il titolo di patrizio ed acquisì il titolo di Augusto. La seconda dice che se quella sera Carlo avesse saputo delle intenzioni del papa, anche se era una festività importante, non sarebbe entrato in chiesa. Quindi, secondo questo documento, Carlo venne incoronato imperatore contro la sua volontà.

La Vita Karoli racconta di come Carlo non intendesse assumere il titolo di Imperatore dei Romani per non entrare in contrasto con l'Impero Romano d'Oriente, il cui sovrano deteneva dall'epoca di Romolo Augusto il legittimo titolo di Imperatore dei Romani: quando Odoacre aveva deposto l'ultimo Imperatore d'Occidente le insegne imperiali erano state rimesse a Bisanzio, sancendo in tal modo la fine dell'Impero d'Occidente. Dunque, per nessun motivo i Bizantini avrebbero riconosciuto ad un sovrano franco il titolo di Imperatore. Carlo avrebbe avuto già abbastanza nemici (Sassoni e Arabi, per esempio) per mettersi in urto con l'Impero Bizantino.

Sulla questione autorevoli studiosi, in primis Federico Chabod, hanno ricostruito magistralmente la vicenda, dimostrando come la versione di Eginardo rispondesse a precise esigenze di ordine politico, ben successive all'accaduto, e come essa fosse stata artatamente costruita per le esigenze che s'erano venute affermando. L'opera del biografo di Carlo fu infatti redatta fra l'814 e l'830, notevolmente in ritardo rispetto alle contestate modalità dell'incoronazione.

Inizialmente le cronache coeve concordavano sul fatto che Carlo fosse tutt'altro che sorpreso e contrario alla cerimonia. Sia gli Annales regni Francorum[3] (o Annales Laurissenses maiores), sia il Liber Pontificalis riportano la cerimonia, parlando apertamente di festa, massimo consenso popolare ed evidente cordialità fra Carlo e Leone III, con ricchi doni portati dal sovrano franco alla Chiesa romana (tra cui una "mensa d'argento").

Solo più tardi, verso l'811, nel tentativo di attenuare l'irritazione bizantina per il titolo imperiale concesso (che Costantinopoli giudicava usurpazione inaccettabile), i testi franchi (gli Annales Maximiani[4]) introdussero quell'elemento di "rivisitazione del passato" che fece parlare della sorpresa e dell'irritazione di Carlo per una cerimonia d'incoronazione cui egli non aveva dato alcuna autorizzazione preventiva al Papa che a ciò l'aveva indirettamente forzato.

Il giorno della sua incoronazione, Carlo Magno si presentò in San Pietro tra due ali di folla, abbigliato alla romana (abbandonando il consueto costume franco che prevedeva di norma braghe di lino, mantello di pelliccia e stivali annodati a stringhe), con tanto di tunica bianca, e i calzari ai piedi.

Secondo il suo biografo Eginardo, papa Leone III, dopo aver incoronato Carlo, si sarebbe prostrato a terra - secondo l'uso bizantino della proskynesis - quasi in segno di adorazione (riferita ovviamente alla carica che l'imperatore rappresentava).

Per altri testimoni che si proclamarono oculari (ma sui quali sono stati avanzati parecchi logici dubbi), il pontefice, prima di porgli la corona sul capo, lo avrebbe denudato e unto con olio santo dalla testa ai piedi. L'acclamazione popolare (elemento non presente su tutte le fonti e forse spurio) sottolineò comunque l'antico diritto formale del popolo romano di eleggere l'imperatore.

Occorre tuttavia ricordare come l'incoronazione a imperatore fosse per più d'un verso riconducibile alla volontà franca (già espressa all'epoca di Pipino) di riconoscere reale la falsa donazione di Costantino. In tale ottica, l'incoronazione del re franco a Imperatore sarebbe stato il corrispettivo per la legittimazione del potere temporale della Chiesa. Secondo alcuni storici, in effetti Carlo voleva il titolo imperiale, ma avrebbe preferito auto-incoronarsi, perché l'incoronazione da parte del papa rappresentava simbolicamente la subordinazione del potere imperiale a quello spirituale.

In ogni caso Carlo si trovò su un piano moralmente superiore di autorità su tutto l'Occidente, che nessun re germanico aveva mai avuto fino ad allora.

L'Impero [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Impero carolingio.

Carlo aveva unificato quasi tutto quello che restava del mondo civilizzato accanto ai grandi imperi arabo e bizantino ed ai possedimenti della Chiesa, con l'esclusione delle isole britanniche e di pochi altri territori.

Dopo essersi garantito la sicurezza dei confini, Carlo procedette alla riorganizzazione dell'Impero. In tutta la sua estensione, l'Impero era suddiviso in circa 200 province e da un numero sensibilmente maggiore di vescovati. Ogni singola provincia era governata da un Conte, vero e proprio funzionario pubblico dell'Imperatore. La marca invece, era la circoscrizione fondamentale ai confini dell'Impero che poteva comprendere al suo interno più comitati. I più eruditi chiamavano queste circoscrizioni con la denominazione classica di limes, perciò esistevano un limes bavaricus, un limes avaricum e così via.

A livello centrale l'istituzione fondamentale dello stato carolingio era l'Imperatore stesso, poiché Carlo Magno era sommo amministratore e legislatore che, governando il popolo cristiano per conto di Dio, poteva avere diritto di vita o di morte su tutti i sudditi a lui sottoposti. Tutti erano sottoposti alla sua inappellabile volontà, fossero anche notabili di rango elevato come Conti, Vescovi, Abati e Vassalli Regi. Nel corso dei suoi spostamenti l'imperatore Carlo Magno era solito indire importanti riunioni denominate placita nel corso delle quali amministrava direttamente la giustizia giudicando le cause che gli venivano sottoposte. In base ai casi che gli venivano sottoposti poteva optare per promulgare nuove leggi che andavano poi raccolte nei capitularia.[5]

Il governo centrale era costituito dal palatium. Sotto questa denominazione si designava il consiglio dei ministri alle sue dipendenze. Organo puramente consultivo, era costituito da rappresentanti laici ed ecclesiastici che aiutavano il sovrano nell'amministrazione centrale.

Monetazione [modifica]

Denaro di Carlo Magno

Proseguendo le riforme iniziate dal padre, Carlo, una volta sconfitti i Longobardi, liquidò il sistema monetario basato sul solido d'oro dei romani. Egli e il re Offa di Mercia ripresero il sistema creato da Pipino e da Aethelberto II; Carlo (tra il 781 e il 794) estese nei suoi vasti domini un sistema monetario basato sul monometallismo argenteo: unica moneta coniata era il "denaro". Non essendo prevista la coniazione di multipli, l'uso portò all'affermazione di due unità di conto: la libbra (pound, unità monetaria e ponderale allo stesso tempo) che valeva 20 solidi (come fu successivamente per lo scellino) o 240 denari (come per il penny).

Durante questo periodo la libbra ed il solido furono esclusivamente unità di conto, mentre solo il "denaro" fu moneta reale, quindi coniata.

Carlo applicò il nuovo sistema nella maggior parte dell'Europa continentale e lo standard di Offa fu volontariamente adottato, dai Regni di Mercia e Kent, in quasi tutta l'Inghilterra.

Per oltre cento anni il denaro mantenne inalterato peso e lega. I primi slittamenti iniziarono nel X secolo. I primi Ottoni (961-973 e 973-983) misero ordine nel sistema consacrando lo slittamento del denaro in termini di peso e di fino: una "lira" (ossia 240 denari) passò da g 410 a g 330 di una lega argentea peggiore (da g 390 di argento fino a g 275).

Rinascita carolingia [modifica]

Per approfondire, vedi la voce rinascita carolingia.

Spesso si parla a torto di Rinascita carolingia, volendo sottolineare la fioritura che innegabilmente si ebbe durante il regno di Carlo Magno in ambito politico e culturale.

Ma il re franco, perseguì piuttosto una riforma in tutti i campi per poter "correggere" delle inclinazioni che avevano portato ad un decadimento generale in tutti e due i campi. Ma quando l'Imperatore pensava alla ristrutturazione e al governo del suo regno, rivolgeva le sue attenzioni a quell'Impero Romano di cui si faceva prosecutore sia nel nome, sia nella politica.

La riforma della Chiesa si attuò tramite una serie di provvedimenti per poter elevare, sia a livello qualitativo sia a livello comportamentale, il personale ecclesiastico operante nel regno. Carlo Magno era ossessionato dall'idea che un insegnamento sbagliato dei testi sacri, non solo dal punto di vista teologico, ma anche da quello "grammaticale", avrebbe portato alla perdizione dell'anima poiché se nell'opera di copiatura o trascrizione di un testo sacro si fosse inserito un errore grammaticale, si sarebbe pregato in modo non consono, dispiacendo così a Dio. Venne istituito quel motore propulsore dell'insegnamento che doveva diventare la scuola palatina, presso Aquisgrana. Sotto la direzione di Alcuino di York, vennero redatti i testi, preparati i programmi scolastici ed impartite le lezioni per tutti i chierici. In ogni angolo dell'Impero sorsero delle scuole vicino alle chiese ed alle abbazie. Carlo Magno pretese anche di fissare e standardizzare la liturgia, i testi sacri, e perfino di perseguire uno stile di scrittura che riprendesse la fluidità e l'esattezza lessicale e grammaticale del latino classico. Neanche la grafia venne risparmiata entrando in uso corrente la minuscola carolina.

La riforma della Giustizia si attuò tramite il superamento del principio di personalità del diritto, vale a dire che ogni uomo aveva diritto di essere giudicato secondo l'usanza del suo popolo, con la promulgazione dei capitolari, che servivano ad integrare le leggi esistenti e che spesso sostituirono pezzi completamente mancanti dei vecchi codici. Queste norme avevano valore di legge per tutto l'impero ed il Re volle farle sottoscrivere da tutti i liberi durante il giuramento collettivo dell'806. Cercando di corregge i costumi ed elevando la preparazione professionale degli operanti nella giustizia, Carlo Magno prima nella Admonitio Generalis e poi nell'809 cercò di promulgare dei richiami che dovevano essere vincolanti per tutti. Si decise la diversa composizione delle giurie (che da ora in poi dovevano essere costituite da professionisti e non giudici popolari) e che al dibattimento non partecipassero altre persone se non il conte coadiuvato dagli avvocati, notai, scabini e quegli imputati che erano direttamente interessati alla causa. Le procedure giudiziarie vennero standardizzate, modificate e semplificate.

La situazione culturale del regno sotto i merovingi e dei Pipinidi era pressoché tragica. Carlo Magno dette impulso ad una vera e propria riforma in più discipline: in architettura, nelle arti filosofiche, nella letteratura, nella poesia.

Rapporti con Bisanzio [modifica]

I rapporti con l'impero bizantino furono saltuari, essendo quest'ultimo in una situazione di crisi. È importante comunque rilevare come Carlo si presentasse all'imperatore come un suo pari, con il quale doveva ormai trattare nella spartizione del mondo.

Come re d'Italia Carlo era di fatto confinante con i possedimenti bizantini nel meridione. Carlo arrivò a proporre un matrimonio tra un suo figlio ed una figlia dell'Imperatrice Irene. Carlo capiva però anche che la benevolenza del papato era causata dal suo isolamento rispetto a Bisanzio, per questo non cercò mai di far riavvicinare quei due poli, anzi, fece redigere i Libri carolini con i quali si immischiava nella disputa teologica delle immagini che avrebbero dovuto portare a una revisione del problema in maniera diversa dai punti di vista di Costantinopoli o di Roma.

L'incoronazione di Carlo quale imperatore era un atto che formalmente avrebbe dovuto far irritare Bisanzio, esautorata illegittimamente di un potere che le spettava. Dopo l'incoronazione, Carlo tentò in ogni modo di mitigare le ire bizantine, con l'invio di importanti ambascerie e con l'espressione di un'estrema cordialità nelle sue missive. La cosa inizialmente non ebbe buon frutto e si avviò una lunga serie di vane scaramucce. Fu solo nell'812 che si giunse ad un accordo: Bisanzio riconosceva l'autorità imperiale di Carlo e quest'ultimo rinunciava, in favore di Bisanzio, al possesso del litorale veneto.

Rapporti con l'Islam [modifica]

Con la qualifica di Imperatore, Carlo Magno intrattenne rapporti con tutti i sovrani europei ed orientali.

Nonostante le sue mire espansionistiche nella marca spagnola, e il conseguente appoggio ai governatori rivoltosi al giogo dell'emirato di Cordova di al-Andalus, tessé una serie di importanti relazioni con il mondo musulmano.

Corrispose addirittura con il lontano califfo di Baghdad Hārūn al-Rashīd, al quale chiese gli fosse concessa la protezione del Santo Sepolcro di Gesù a Gerusalemme e sulle carovane di pellegrini che vi si recavano. Il califfo, che vedeva in lui un possibile antagonista dei suoi nemici Omayyadi di al-Andalus e di Bisanzio, rispose positivamente alla richiesta anche se - con evidente ironia - gli concesse quell'onore, ma solo su un piano formale.

Non mancarono comunque missioni diplomatiche dall'una e dall'altra parte, agevolate da un intermediario ebreo che, per la sua "terzietà", ben si prestava allo scopo. I due sovrani si scambiarono così alcuni doni e, durante uno dei suoi molteplici viaggi in Italia, Carlo Magno ritirò a Pavia una scacchiera completa con pedine in avorio regalatagli dal califfo abbaside.

Ad Aquisgrana, l'Imperatore ospitava il regalo a cui teneva di più: si trattava di un elefante, di nome Abu l-Abbas, donatogli (forse dietro sua stessa richiesta[6]) dallo stesso califfo abbaside. Carlo lo considerava come un ospite straordinario, da trattare con tutti i riguardi: lo faceva tenere pulito, gli dava personalmente da mangiare e gli parlava. Probabilmente il clima gelido in cui il pachiderma era costretto a vivere lo fece deperire fino a condurlo alla morte per congestione. L'Imperatore ne pianse, ordinando tre giorni di lutto in tutto il regno.

Caratteristiche personali [modifica]

Aspetto fisico [modifica]

Profilo verosimile di Carlo Magno, ripreso dalla statua equestre in bronzo fatta fondere nell'860-870 circa ispirandosi alla statua di Teodorico portata da Ravenna ad Aquisgrana

Nelle riproduzioni equestri, notiamo un'imponenza fisica notevole e lo stesso Eginardo ce lo descrive di corporatura imponente sin dalla gioventù (nonostante una tendenza alla pinguedine). Il suo volto era incorniciato da una folta capigliatura che scendeva alle sue spalle e da una barba contornata da grossi baffi che gli spiovevano ai lati della bocca. Eginardo parla, oltre che della possanza fisica, di un grande naso e di un collo tozzo.

Queste descrizioni ci vengono confermate dalla ricognizione nel suo feretro del 1861. Secondo le misurazioni antropometriche infatti, l'Imperatore sarebbe stato alto 192 cm, praticamente un gigante per gli standard dell'epoca. Peraltro, a fronte di questa imponenza fisica, i biografi di corte descrivono il tono della sua voce come decisamente stridula.

Carattere [modifica]

Il carattere dell'imperatore che traspare dalle biografie ufficiali deve essere valutato con cautela, perché le notazioni sulla sua indole sono spesso modellate su schemi precostituiti ai quali veniva adattata la realtà. Eginardo per esempio, autore della biografia più famosa dell'Imperatore, si basò alle Vitae di Svetonio per offrire un ritratto ideale del sovrano e delle sue virtù basate su quelle degli imperatori romani.

Tra le tante affermazioni comunque ve ne sono alcune che, non inquadrabili in un contesto celebrativo, possono veramente derivare da una testimonianza attendibile del carattere e delle abitudini di Carlo Magno: gran bevitore e mangiatore, amante della caccia. Ebbe varie concubine, in un regime poligamico che era abbastanza consueto tra i Germani, sebbene fossero formalmente cristianizzati.

Abitudini alimentari [modifica]

La dieta di Carlo Magno era piuttosto vegetariana. Il sovrano era ghiotto soprattutto di cavoli, aglio e ceci. Questi piatti contadini gli venivano serviti di norma al tocco del vespro , da conti e marchesi in funzione di camerieri come segno di sottomissione. Preferiva la carne di maiale a quella di manzo ed essendo goloso di arrosti, i medici di corte gli consigliarono un'alimentazione più equilibrata, a causa anche della sua malattia, la gotta.

Un'altra felice scoperta in campo alimentare fu quella del formaggio: un giorno un vescovo suo amico, gli offrì una forma di pecorino. Non avendolo mai visto prima, l'Imperatore ne staccò una fetta, rosicchiandone la buccia trovandola disgustosa e montando su tutte le furie. Gli astanti riuscirono a stento a ridurlo alla calma, assicurando che il buono era la polpa. Carlo se ne mostrò talmente deliziato che da allora in poi, durante tutti i suoi viaggi, non se ne faceva mancare una scorta.

Spada [modifica]

Altachiara era la spada di Carlo Magno, detta pure "la Gioiosa". Tuttavia lo stesso nome figura pure nei racconti della Tavola Rotonda, attribuito alla spada di Lancillotto. L'origine del nome è ignota.

Famiglia [modifica]

Mogli [modifica]

Carlo ebbe probabilmente sei mogli (o forse otto come sostengono alcuni storici). Tuttavia, neppure Eginardo, biografo ufficiale e consigliere del sovrano, poté ricordare il nome di tutte al momento della redazione della sua opera.

  1. Imiltrude, franca, sposata prima del 770 dalla quale ebbe Pipino il Gobbo e Alpaide.
  2. Desiderata conosciuta come Ermengarda, longobarda, sposata nel 770 e ripudiata nel 771
  3. Ildegarda, sveva, dalla quale ebbe Pipino, Carlo, Lotario, Ludovico, Rotrude, Adelaide, Berta, Gisela e Ildegarda. Morì a 25 anni nel 783
  4. Fastrada, franca, sposata nel 784 e morta nel 794, da cui ebbe Teodorada e Iltrude
  5. Liutgarda, sveva, sposata nel 794 e morta nell' 800

Numerose furono poi le concubine.

Figli [modifica]

Anche calcolando approssimativamente il numero di figli dell'Imperatore, non si otterrà un numero estremamente preciso. Si sa, per certo, che dalle sue cinque mogli ufficiali Carlo ebbe non meno di 10 maschi e 10 femmine. Occorre ancora ricordare che dopo la morte di queste il re franco ebbe molte altre concubine che gli dettero numerosa prole. Non potendo assurgere a posti di potere nella famiglia imperiale, Carlo diede loro in usufrutto dei benefici sottratti a quelle terre organizzate a regime fiscale. Il primogenito conosciuto come Pipino il Gobbo ebbe vita più sfortunata: nato dalla relazione tra l'imperatore e Imiltrude, non era riconosciuto come figlio legittimo di Carlo perché nato fuori dal matrimonio inoltre venne scoperta una congiura nel 792 ordita dallo stesso a cui venne comminata la pena capitale, permutata in seguito in un esilio forzato in monastero mediante tonsura e l'obbligo del silenzio.

Da Ermengarda non ebbe figli e venne ripudiata appena un anno dopo, nel 771 (il suo matrimonio era stato frutto di un'alleanza coi longobardi presto rotta).

Ildegarda diede a Carlo quattro figli maschi: Carlo, Carlomanno (in seguito incoronato re d'Italia da papa Adriano I e rinominato da lui con l'appellativo di Pipino), Lotario e Ludovico il Pio.

Figlie [modifica]

È difficile comprendere l'atteggiamento di Carlo verso le figlie. Nessuna di esse contrasse infatti un matrimonio regolare. Questo può essere stato un tentativo di controllare il numero delle potenziali alleanze ma occorre ricordare anche che il suo affetto paterno era talmente possessivo che egli non se ne separava mai, portandole con sé anche nei suoi numerosi spostamenti.

Ad ogni modo pare che Rotruda ebbe una relazione con Rorgone, Conte del Maine, dalla quale nacque un figlio cui venne dato il nome di Ludovico e che diventerà abate di Saint Denis e Bertha (o Bertrada) ebbe una relazione ufficialmente riconosciuta, se non un matrimonio, con il poeta Angilberto, membro della corte di Carlo e abate di Saint Riquier, dalla quale nacquero diversi figli, tra cui lo storico Nitardo.

Dopo la sua morte le figlie superstiti vennero allontanate dalla corte da Ludovico il Pio ed entrarono o furono costrette a entrare in monastero.

Successione [modifica]

Carlo Magno, seguendo la tradizione franca, non riteneva né fattibile né opportuno tenere unito un regno così vasto, per questo aveva previsto la spartizione del regno tra i suoi figli maschi alcuni anni prima della morte. I confini spettanti a ciascuno dei suoi tre figli legittimi dovevano essere i seguenti:

Sfortunatamente, Carlo e Pipino morirono improvvisamente. L'Imperatore dovette affiancare Ludovico al governo del regno nel 811, nominandolo unico erede.

Vecchiaia e morte [modifica]

Negli ultimi anni di vita Carlo Magno aveva ormai perso il vigore della giovinezza e, stanco nel fisico e nello spirito, si era votato alle pratiche religiose. Questa svolta religiosa sembrò poi segnare l'esperienza al governo di suo figlio Ludovico, detto appunto "il Pio". Mentre sembrava che l'impero stesse fallendo per via della debolezza centrale e dell'arroganza dell'aristocrazia franca, Carlo morì, il 28 gennaio dell'814 ad Aachen (Aquisgrana). Venne sepolto nella cattedrale di Aachen.

Santificazione [modifica]

Nel 1165 Carlo Magno venne santificato dall'antipapa Pasquale III su ordine dell'imperatore Federico Barbarossa. Ci fu imbarazzo per questa santificazione in ambito cristiano a causa della vita privata non irreprensibile dell'imperatore. Essendo stata celebrata da un antipapa, essa non si ritiene valida. Ad oggi, il culto viene celebrato nella diocesi di Aquisgrana e ne viene tollerata la celebrazione nei Grigioni.[7]

Carlo "Padre" della futura Europa unita [modifica]

I maggiori unificatori dell'Europa - da Federico Barbarossa a Luigi XIV, da Napoleone a Jean Monnet - ma anche moderni statisti come Helmut Kohl e Gerhard Schröder hanno tutti menzionato Carlo Magno indicandolo come padre della futura Europa unita.

In un documento celebrativo di un poeta anonimo, redatto durante gli incontri a Paderborn tra l'Imperatore e Papa Leone III; si celebra la figura di Carlo Magno Rex Pater Europae il padre dell'Europa. Nei secoli successivi si è molto discusso sulla consapevolezza, da parte del re franco, di essere stato il promotore di uno spazio politico ed economico che può essere fatto ricondurre all'attuale concetto di continente europeo unificato.

Immediatamente verso la fine del XIX secolo, e durante tutta la prima metà del XX; il problema veniva posto in termini prettamente nazionalisti: in particolar modo, storici francesi e tedeschi si disputavano la primogenitura del Sacro Romano Impero. Oggi è acclarato che rivisitazioni di natura nazionalistica non hanno fondamento preciso, tanto più che Carlo Magno non poteva essere considerato né francesetedesco poiché i due popoli non si erano ancora formati. È pur vero che il re franco governava su di un regno dove la frattura etnica tra germani e latini aveva lasciato una forte impronta geografica nell'area. All'epoca però quando ci si rifaceva all'appartenenza ad una certa etnia, non si prendeva in considerazione la lingua di ciascuno popolo come aspetto fondamentale di demarcazione. I franchi ad esempio, specialmente in Neustria ed Aquitania, costituivano un'infima minoranza rispetto ai residenti di origine gallo-romana e quindi, pur essendo un popolo di origine germanica parlavano la lingua romanza degli abitanti della zona. Oltre la Senna, in special modo in Neustria continuavano a tramandarsi la lingua dei padri che poteva essere assimilata ad altre lingue teutoniche parlate da Sassoni e Turingi. Semmai quindi, queste popolazioni avevano una comunanza e si rifacevano ad un'etnia ben precisa, dal ricordo delle invasioni. Bisogna capire che questi popoli, ancorché all'epoca di Carlo Magno, avevano ben presente la distinzione tra "Romano" e "Germanico". Nella prima metà del XX secolo, verso la fine degli anni Trenta, l'analisi venne indirizzata in altri metodi; soprattutto grazie all'opera dello storico belga Henri Pirenne che analizzava gli avvenimenti storici secondo un'altra prospettiva. L'Impero governato dal re dei Franchi doveva essere studiato secondo la sua posizione politico-economico-amministrativa rispetto a quell'Impero Romano di cui portava avanti se non l'eredità, almeno il nome.

Pirenne affermava che dal punto di vista sociale, le invasioni barbariche non comportarono grandi mutamenti e per questo si può benissimo parlare di età tardo-antica almeno sino all'avvento di Maometto ed alla conseguente espansione Araba. Espansione che costrinse l'Europa a precludersi quegli spazi commerciali con il Mediterraneo che erano stati alla base della ricchezza degli imperatori romani. Di conseguenza, tutto il continente si ripiegò su se stesso contraendo il volume dei commerci,ed infeudandosi a livello territoriale.

Questa visione è contestata da molti studiosi i quali, al giorno d'oggi, hanno potuto collocare con precisione temporale l'inizio della cosiddetta epoca tardo-antica; vale a dire immediatamente dopo le riforme di Diocleziano e Costantino. Inoltre l'abbandono dei traffici mediterranei, il decadimento della vita urbana e l'abbandono quasi totale del sistema monetario come unità di conto, possono essere fatti risalire chiaramente al periodo tardo-romano o tuttalpiù alle disastrose campagne militari dell'Imperatore Giustiniano. Possiamo suddividere così l'analisi storica in due grandi correnti: quella della continuità e quella della discontinuità. Al momento attuale sembrano prevalere le ragioni degli storici appartenenti alla prima corrente. Fatto salvo che evidentemente, non si ha una frattura tra l'espansionismo arabo e l'inizio dell'epoca medievale, non si può neanche affermare che l'Impero carolingio fosse diretto continuatore a livello amministrativo e politico ed economico degli ultimi cesari. È innegabile il fatto che il Regnum Francorum si stanziava su un territorio prevalentemente isolato, a livello economico-commerciale dal bacino mediterraneo. Senza dimenticare l'asse portante su cui si muovevano le merci e dove circolavano le monete, che era quello del Reno.

La teoria della continuità con l'epoca antica, si suddivide a sua volta in altre categorie: quella degli "iper-romanisti" o fiscalisti, e quella degli analisti del sistema sociale e produttivo. I primi, affermano che in un certo senso, un embrione amministrativo, dominate nell'economia europea, non si era affatto disgregato dopo le invasioni barbariche . A sostegno dell'ipotesi, gli storici pretendono di ritrovare nella documentazione carolingia delle disposizioni che rimandino alla politica fiscale dei romani. L'imposta fondiaria ad esempio, non scomparse del tutto ma dovette essere percepita dalle popolazioni come una specie di tassa, senza un uso specifico, che andava a confluire nelle casse regie. Gli altri analisti invece sostengono che il problema debba essere analizzato dal punto di vista sociale e produttivo: la condizione sociale dei contadini (coloni,servi,liberti o schiavi casati) che lavoravano nei fondi fiscali non si discostava troppo dalla posizione giuridica che avevano gli schiavi dell'antica Roma. Anche questa teoria è stata quasi completamente smantellata anche perché si è visto che dal punto di vista sociale, i lavoratori avevano fatto considerevoli passi avanti (seppur pochi). Sotto il regno di Carlo Magno, questi lavoratori (servi della gleba) rimanevano si incorporati al possedimento terriero da essi lavorato in precaria, ma potevano addirittura contrarre matrimonio e il loro signore era tenuto a rispettarne la decisione.Infine possedevano una propria abitazione nella quale venivano spesso casate diverse famiglie contadine . Oltretutto la religione incoraggiava alla liberazione degli schiavi, esortando i padroni a compiere quest'atto di clemenza che veniva riconosciuto a livello giuridico con la denominazione di "manipolazione". Insomma è lampante che l'Impero carolingio conservasse sotto alcuni aspetti, elementi continuativi con l'età tardo-romana (più evidenti peraltro ai contemporanei) ma è altrettanto pacifico che il processo di trasformazione del continente europeo era già partito proprio dal progressivo disgregamento della finanza pubblica e dell'amministrazione a seguito della calata dei barbari.

In definitiva, il continente governato da Carlo Magno, agli occhi del cittadino moderno appare straordinariamente familiare: un continente dove abbiamo un settentrione Italiano più integrato del sud. Una regione,la Catalogna, più "europea" nei confronti del resto della Spagna e una Francia dominante insieme alla Germania con la Gran Bretagna sostanzialmente estranea alle tribolazioni delle istituzioni centrali comunitarie.

Filmografia [modifica]

Note [modifica]

  1. ^ Pur con alcuni limiti e discriminazioni, i musulmani di al-Andalus avevano garantito ai cristiani e agli ebrei piena libertà di fede e (per i cristiani mozarabi) libertà di liturgia. Inoltre era assicurata piena libertà di esercizio delle professioni liberali, in cambio del pagamento (non troppo gravoso) dell'imposta personale chiamata jizya.
  2. ^ Basterebbe ricordare come i cristiani adulti dovessero esser sempre disponibili a rispondere al bannum - vale a dire alla chiamata generale alle armi - laddove dall'obbligo militare essi erano totalmente esonerati dalle diffidenti autorità islamiche andaluse.
  3. ^ Ed. E. Kurze, in: Scriptores rerum Germanicarum in usum Scholarum, Hannover, 1895, p. 112.
  4. ^ Annales Maximiani, ed. G. H. Perz, in: Monumenta Germaniae Historica, III, Hannover, 1839, p. 23.
  5. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, 2006, p. 151-152 "L'imperatore poi, anch'egli spostandosi si può dire di continuo da un punto all'altro del suo impero, indiceva continuamente grandi riunioni (placita) durante le quali giudicava delle cause che venivano portate dinanzi a lui, e pubblicava nuove leggi attraverso speciali raccolte normative chiamate capitularia. I capitularia, appunto, ci consentono di vedere in dettaglio come funzionava il sistema politico ed economico concepito da Carlo."
  6. ^ Cfr. Giosuè Musca, Carlo Magno ed Harun al Rashid, Bari, Dedalo, 1963, pp. 21-22.
  7. ^ Bibliotheca Sanctorum, Vol. III.

Bibliografia [modifica]

In italiano [modifica]

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In francese [modifica]

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In inglese [modifica]

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